ATTI DEL CONGRESSO INTERNAZIONALE
DI STUDI VESPASIANEI 

RIETI 
SETTEMBRE 1979 

Vincenzo Di Flavio

LA GENS FLAVIA NELLA TRADIZIONE LOCALE 

Scopo della presente comunicazione è di riferire brevemente e secondo precisi criteri di contenuto ed espositivi di quel complesso di notizie-memorie-testimonianze; che le fonti indigene ci hanno tramandato su Vespasiano e la Gens Flavia, attraverso documenti d'archivio, trattati manoscritti e opere a stampa di precipuo e quasi esclusivo interesse locale. In parole brevi, una specie di "storia dei Flavi secondo i reatini", o "come i reatini hanno visto i Flavi". Esula, pertanto, da tale assunto, ogni proposito di valutazione d che fonti medesime e di indagine critica sulle informazioni da esse fornite. Prima di entrare in argomento, è opportuno chiedessi quale sia il significato di una tradizione tanto radicata in profondità, quanto ampia nel tempo e nello spazio. Si può rispondere che, già queste caratteristiche tradiscono la volontà, da parte dei locali, ali sentire ad ogni costo come propri compaesani tali straordinari personaggi, rapiti loro dal mondo e dalla storia, e di riappropriarsi di essi, rivendicandone le radici piú profonde e le virtú pubbliche e private.

Di qui l'insistenza sulla loro lontana origine, sui luoghi di nascita e soggiorno e, soprattutto, sulle loro buone qualità, che ad essi, appunto, deriverebbero dalle genti da cui e presso cui sono nati, dalla sana educazione ricevuta e dall'attaccamento e frequentazione dei luoghi di provenienza. Le loro virtù, in una parola, sono le virtú della razza italica, che proprio qui, tra i monti dell'Appennino centrale, avrebbe avuto la sua culla. È ovvio notare che al fondo di queste affermazioni sta il desiderio segreto ed inconscio di riscattare, attraverso questi sommi, l'umiltà di un quotidiano generalmente oscuro e penoso e di vedere realizzate aspirazioni impossibili e personificate ed esaltate le doti della propria gente. Da questa scaturigine profonda è zampillata la tradizione sulla gens Flavia, che è poi fluita nei secoli attraverso tutte le generazioni, ingrossando via via che si allontanava dalla sorgente. 

Per meglio comprenderla, diremo che sono due i filoni nei quali scorre: il filone orale-popolare e il filone scritto. Alla tradizione popolare, indubbiamente la piú tenace, e viva, qui e là, sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale, dobbiamo la qualità d che notizie: nomi, luoghi, opere, fatti, detti, leggende ecc.; a quella scritta va riconosciuto il merito di averle raccolte, salvandole da sicuro oblio. Nell'ambito, poi, della tradizione scritta, occorre fare un'ulteriore distinzione. 

Chiameremo, cioè, colta quell'esigua frangia di essa che punta alla qualità d che notizie, sceverando, mediante il vaglio, la critica e, a volte, l'accertamento, il fondato dall'inventato, l'attendibile dal fantastico; mentre è piú proprio chiamare pseudocolta quella larga fascia di autori, i quali, un pó per ignoranza, un pó, e forse piú, per campalinismo, è incline ad accogliere in fascio, e di fatto accoglie, tutte le informazioni dei filone orale-popolare, giustificando l'operazione con timidi "si dice", "sembra", "si vuole" ecc., ma, in verità, con l'intento, appena velato, di spacciarle per certezze, ricorrendo ad alchimie filologiche e a sottigliezze piú o meno peregrine. Possiamo dire, grosso modo, che la tradizione colta ha il suo centro nella città di Rieti, mentre quella popolare e pseudocolta è policentrica ed ha la sua area piú interessante, com'era, del resto, naturale, nella valle superiore del Tronto (Amatrice-Accumoli) e nell'alto e medio corso del Velino (Cittareale - Posta - Antrodoco - Castel S. Angelo - Cittaducale). Complessivamente, i comuni toccati, in modo diretto o indiretto, dal ricordo dei Flavi, sono. una quindicina, le località parecchie di piú. La tradizione viene, cosí, a coprire un'area assai vasta e per la verità, nient'affatto omogenea, che si estende dalle sorgenti del Tronto e del Velino alla bassa Sabina, in pratica quasi tutta la provincia di Rieti, che, come si sa, riunisce in unità amministrativa genti diverse per fattori fisici, etnici, storici ed economici. Non stupiscono, perciò, in tale contesto, le forti spinte e coloriture campanilistiche, che in taluni periodi, come vedremo, sono particolarmente marcate. 

All'ampiezza della tradizione nello spazio, fa riscontro la durata nel tempo: circa duemila anni. Nasce, infatti, come colta, con Vespasiano; seguita, come popolare, per tutto il Medioevo, in cui se ne perdono le tracce, per rispuntare, nuovamente come colta, nel periodo umanistico-rinascimentale. Il più autorevole rappresentante di questo risveglio d'interesse per i Flavi è l'umanista reatino Mariano Vittori (1518-1572), con l'opera "De antiquitatibus Italiae et urbis Reatis". A lui si deve riconoscere il duplice merito di primo testimone della tradizione orale, e d'iniziatore di quella scritta, dal medesimo autorevolmente indirizzata su piste e verso mete, dalle quali, dopo di lui, raramente si riscontrerà. Afferma, ad es., senza ombra di dubbio, che l'antica Falacrine, terra natale di Vespasiano, era presso S. Silvestro di Cittareale, e non come in passato -olim- volevano erroneamente i nostri -nostrates-, tra Greccio e Contigliano, dove sorgeva il diruto castello di Alatri. La stessa sicurezza ritroviamo nel definire l'ubicazione di Cotilia, nota località di soggiorno di Vespasiano e Tito, che non era da ricercare nella piana sotto Contigliano, come tramandava "l'inveterata nostratiumi sententia". ma tra Cittaducale e Antrodoco. L'interesse intorno ai Flavi risvegliato dal Vittori (e per la sua autorità e per l'amore della classicità, allora di moda) dilagò al punto, da solleticare, da una parte, la vanità dei ricchi e scatenare, dall'altra, l'ingordigia degli avidi. I primi ne desideravano le reliquie, i secondi i tesori. E quando questi non trovarono oro in sé, inventarono lapidi per i ricchi, trasformandosi, cosí, da scavatori in falsari. 

Fu accontentata, in questo modo, la vanità dei ricchi, che desideravano, con alcune testimonianze, dar lustro alla propria dimora e a se stessi una patina di cultura, e soddisfatta la cupidigia degli avidi, che videro trasformarsi il marmo in oro. Due di queste lapidi apocrife finirono presso i Vecchiarelli e i Severi, famiglie tra le piú illustri di Rieti. Provenivano entrambe, come narra un anonimo del XVI sec., da ricercatori che si erano dati agli scavi tra le rovine di Cotilia. Di una di esse possiamo leggere la trascrizione nell'Antinori, il quale, bontà sua, la giudica "di mal sapore", ma che è, in verità, un saggio dell'ignoranza e rozzezza sia dei falsari, che degli acquirenti. Al periodo che possiamo chiamare della febbre della pietra, segue quello della passione campanilistica. 
Il Sei-Settecento, infatti, è l'epoca, per la nostra città, d che "descrizioni" tronfie e d che "difese" a oltranza. Si attinge a piene mani e senza discernimento alcuno al filone popolare e si ricorre, quando serve, alla fantasia, pur di accrescere il coacervo d che notizie, ignorando, a volte, le fonti classiche, o leggendole frettolosamente, o interpretandole, per proprio comodo, in modo distorto. Dove si trovava un masso, si vedeva un rudere, e nel rudere un palazzo, un tempio, un anfiteatro e sempre, comunque, qualcosa di grande. Spuntarono, cosí, come funghi e un pó dappertutto, edifici e ricordi dei Flavi, ai quali si tributarono lodi, che mai, forse, ebbero in vita. Piú cauti ed accorti, forse per influsso dei positivismo storico, ma solo in parte, gli autori dell'Otto-Novecento. Proprio nell'arco di tempo 1830-1925 circa, alcuni dei comuni interessati al nostro argomento ebbero una loro storia o qualcosa di simile. 

Non meraviglia, perciò, se si nota ,in questo periodo, una accentuato campanilismo, scusabile, del resto, con il fatto che questi centri erano stati per secoli rivali tra loro e nulla ancora avevano a che spartire con Rieti, se non, almeno fino a ieri, reciproche violenze e pari rancore. Vanno ricordati, tra i migliori compilatori di monografie che ci interessano, i reatini Latini, Michaeli e Colasanti. Quest'ultimo è da considerare, in certo senso, il dissacratore della tradizione, almeno per quanto concerne gli edifici attribuiti ai Flavi nell'ambito della città. Passiamo ora a considerare l'oggetto di questa tradizione, ossia i dati che essa ci tramanda e gli argomenti intorno ai quali fa perno. Si possono raggruppare, per comodità di schema, sotto quattro titoli: 1) I personaggi, con particolare riferimento ai luoghi d'origine, nascita, soggiorno e morte; 2) Opere pubbliche loro attribuite; 3) Avvenimenti locali di cui furono protagonisti; 4) Profilo di Vespasiano e Tito, con breve cenno alla loro iconografia. I personaggi: vanno dagli avi di Vespasiano, al fratello Sabino, ai figli Tito, Domiziano e Domitilla, ai nipoti Flavio Clemente e Domitilla, agli amici, a Costantino il grande, alla famiglia Flavii di Rieti. 

Volendo restringere la rosa degli elencati a coloro che torneranno, per motivi più pertinenti, nel prosieguo di questa nota, diciamo subito che tra gli amici personali di Vespasiano si annoverava il famoso retore Marco Fabio Quintiliano (35-95 ca.d.C.), il quale, secondo la tradizione locale, avrebbe avuto una villa dove sorge Contigliano - da cui il nome - dono, forse, di Domiziano, che gli aveva affidato l'educazione del pronipoti. Quanto all'imperatore Flavio Valerio Costantino, detto Magno, la tradizione scritta ne fa volentieri un discendente della gens Flavia di Rieti. Un primo fuggevole cenno, in questo senso, è dell'Angelotti, ripreso, nel XVIII secolo, da un Anonimo reatino, il quale, senza tanti scrupoli, proclama Rieti "madre di Vespasiano, Tito, Domiziano e Costantino il grande". Al fascino di una simile ipotesi non sfuggì neppure il Latini, che, che, pur fra titubanze ed esitazioni di prammatica, e come trincerandosi dietro l'autorità d che fonti a lui favorevoli, finisce con l'affermare la stessa cosa dell'Anonimo settecentesco e conclude spavaldamente: "Si trovi un'altra città, la quale possa arrogarsi tal vanto". 

L'Anonimo sopra citato, poco piú avanti, è propenso a credere che la famiglia Flavi di Rieti, di cui si ha notizia dal 1470, discenda da quella degli imperatori. Puntando, ora, sui personaggi che più ci interessano, dobbiamo, innanzi tutto, interrogare le fonti sull'origine della gens FIavia. Esiste a proposito una triplice tradizione: reatina, falacrinese e amatriciana. La prima, certamente di origine colti, riferita da Svetonio e accolta dall'Angelotti, tenta di ricondurre I"originem Flavii generis ad conditores reatinos, comitemque Herculis". Di tale origine mitica e seimidivina si beffava Vespasiano e possiamo beffarci anche noi, non senza riflettere, però, che da essa si può capire quanto fossero orgogliosi di lui i reatini suoi contemporanei e quanto affezionati. Del resto, continuano i reatini, di Rieti era il nonno di Vespasiano, Tito Flavio Petronio , di Rieti il padre, Flavio Sabino, e a Rieti fu concepito Vespasiano, che poi "casualmente" vide la luce in Falacrine, dove il padre e la madre, già incinta, si portarono a passare l'estate in un loro podere e vi si trattennero sino al lieto evento. Secondo la tradizione falacrinese, di cui è portavoce il Cappello, sarebbe Falacrine la terra d'origine dei Flavi. "Basta la gloria a Falacrino, egli scrive, di aver dato i natali alla gente Flavia, ed a quei sommi che ne derivarono". L'ultima la tradizione amatriciana, registrata nel De Berardinis. Il quale, dopo aver dichiarato di non voler fare la storia dei Flavi, ma di limitarsi a riferire "quel che questo popolo pensa o ricorda di essi", afferma che, secondo la voce locale, la gens Flavia è originaria di S. Lorenzo a Flaviano, frazione a pochi chilometri da Amatrice, detta anche SS. Lorenzo e Flaviano, e che si chiamava in antico, secondo il cit. A., Laurentum Flavianorum. La loro sete di ricchezze, continua la gente, li portò prima ad acquistare dei beni fuori del proprio paese e poi ad abbandonarlo definitivamente. 

Cosí passarono da Laurentum a Falacrine, e di qui il padre di Vespasiano scese a Rieti, "dove assunse l'appalto d che gab che". La questione sul luogo di nascita si restringe alla domanda: "Dov'è nato Vespasiano?" La tradizione è quasi unanime nel rispondere: "a Falacrine". Discordano formalmente il Marchesi di Cittaducale, che fa nascere Vespasiano e Tito a Cotilia, e il Risi, per il quale sarebbe Antrodoco, "come alcuni opinano", la patria di Vespasiano. La faccenda, però, si complica e i luoghi diventano tanti, se si va a appurare dov'è Falacrine. 

Secondo la tradizione reatina anteriore al sec, XVI, già sopra richiamata, Falacrine sorgeva tra Greccio e Contigliano, esattamente sul luogo dei diruto castello o rocca di Alatri. Tale opinione fu scartata come erronea dal Vittori, il quale asserisce che Falacrine era nei pressi di Cittareale, dalle cui rovine quest'ultima era sorta. L'autorità del Vittori, che può considerarsi a ragione il padre della storiografia reatina, e la fede quasi assoluta a lui prestata dagli storici posteriori, ottennero il duplice effetto di far cadere per sempre la primitiva tradizione e d'indurre coloro Cile Conobbero la stia "De atitiqnitatibi4s Italiae et nrbis Real is",in verità non molti, poiché l'opera è rimasta ed è tuttora inedita, a schierarsi per Falacrine di Cittareale. Cosí fa L'Angelottì nel XVII sec. e il Mattei nel XVIII. Dello stesso parere è il Cappello, che probabilmente non conosceva il Vittori, ma ben conosceva quei luoghi, nei quali però potè vedere solo "pochi e meschini avanzi". Cognizione personale dei medesimi luoghi ebbe pure il Latini (1797-1841), il quale, giovandosi, oltre che del Vittori, di documenti farfensi, precisa che Falacrine era presso la frazione di Collicelle, nelle cui vicinanze, a suo dire, "si scoprivano ruderi di antichi sepolcri, di tempietti, di edifici", e ancora "sarcofagi, medaglie, idoletti" . Il Michaeli, dopo aver annotato che Falacrine, secondo il Cluverio, era "verso Amatrice", "o piuttosto, come vuole l'Oltenio, verso Civita Reale", è propenso a credere che fosse presso l'antica chiesa di S. Silvestro in Falacrino, odierna parrocchiale di Collicelle. Altri storici si limitano a ripetere la stessa cosa. Il più ìnteressato all'identificazione Falacrine = Collicelle è il De Andreis di Cittareale, il quale scomoda a sostegno della sua tesi l'Olstenio, il Fatteschi, il Nibbi, il Kiepert, il Cappello, il Persichetti, il Palmeggiani. Di poco la sposta la tradizione amatriciana, che situa Falacrine nella zona di Turrita, dove, secondo la leggenda, esisteva una grande città, da cui avrebbe preso nome la sottostante valle Falacrina. Al di fuori di questo solco maestro, si colloca il Pandolfi, per il quale la valle Falacrina era "nei pressi di Antrodoco o nell'antica Reate". 

Va osservato, in proposito, che, a tener desta la tradizione che pone Falacrìne nei pressi eli Antrodoco. è il vocabolo Fallaríno, che si trova sotto la strada, che si trova sotto la strada, che da Antrodoco sale verso Rocca di Corno. Per Rieti propende, in modo piuttosto vago, lo Schenardi, che pone Falacrine "nel territorio reatino" e, poco più oltre, "vicina" alla città. Molto preciso, invece, il Colarieti, che la situa tra Rieti e S. Rufina, in località Colli, ai margini del territorio urbano. Da ricordare, in fine, la più strana identificazione avanzata in proposito da un nostro contemporaneo. Si tratta di U. Orsini, il quale, in un articolo del 1935, sostiene che Falacrine, patria di Vespasiano, sorgeva dov'è ora Paganico Sabina. In questo caso, però, la tradizione non c'entra nulla. Riproponendoci, ora, la domanda dove sia nato Vespasiano, possiamo rispondere che la tradizione è pressoché concorde nel rispondere Falacrìne, ma discorde nel determinare dove fosse Falacrìne. Molti stanno per Collicelle, qualcuno per Torrita di Amatrice, altri ancora per Antrodoco, altri per Rieti, in fine, per Paganico Sabina. L'educazione del piccolo Vespasiano fu affidata alla nonna paterna Tertulla, che abitava a Cose. Dei toponimo si è occupato solamente il Cappello, che lo pone a circa un miglio a nord-est di Accumoli e aggiunge che il vocabolo Cose rimase sino al principio del XVI secolo, quando cominciò a prevalete quello di S. Pancrazio, per una cappella rurale ivi costruita in onore del santo. La presenza del futuro imperatore nei predi cosani sortì l'effetto di sancire una sorta di gemellaggio, da cui derivò la non mai interrotta amicizia fra gli accumolesi e i "discendenti di Falacrino", ciè i Civitarealesi. È noto che Vespasiano e Tito, da imperatori, soggiornarono spesso nel reatino. La notizia, attinta da Svetonio, è riportata da tutti gli storici locali, che si sforzano, da parte loro, di precisare i luoghi del soggiorno, mediante l'esegesi dei testi classici, girando intorno ai toponimi, dando gran peso a ciò che, a tal proposito, si tramanda e appigliandosi a qualche labile traccia o parvenza di rudere.

segue

 

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pagina aggiornata martedì 01 gennaio 2002